di Alessandra Virginia Rossi

Memphis si trova sul confine del Tennessee con lo stato dell’Arkansas e questo confine è stabilito dal fiume più grande degli Stati Uniti D’America. Da Memphis in poi, fino al delta della Louisiana, il Mississippi compie una gran quantità di strette curvature e meandri attraversando, col suo avanzare lento e increspato, zone paludose soggette a cicloni, inondazioni e catastrofi improvvise. Terre inospitali sì, ma tra le più fertili al mondo.
Micah P. Hinson è nato proprio a Memphis dove il fiume inizia a farsi più tortuoso che in precedenza. E se vogliamo abbandonarci alla romantica suggestione secondo cui il luogo in cui nasci determina il tuo destino, allora non stupirà scoprire che quella di Micah è un’esistenza che si può definire blessed & cursed proprio come quella terra.
Ha 23 anni quando, trasferitosi da tempo ad Abilene (TX), inciampa in un amore inaspettato. Lei è una modella di Vogue, e che un incontro simile possa accadere a un ragazzo neanche troppo popolare della provincia texana è talmente surreale da sembrare un colpo di fortuna o un dono di Dio. Evidentemente certe storie hanno un prezzo e l’incanto d’amore si spezza trasformandosi in un vortice di dipendenze chimiche. Abbandonato in una camera di motel Micah resta solo con la sua musica. Il disperato tentativo di inviare demo a etichette e radio è un gesto che gli appassionati di musica conoscono bene ed è noto il disincanto che l’accompagna. Micah però fa colpo su niente meno che la leggendaria Rough Trade… che lo abbandona poco prima della pubblicazione. La Sketchbook si propone allora di occuparsi del suo lavoro e nel 2004 vede la luce l’esordio “Micah P. Hinson and the Gospel of Progress”. Segue un po’ di pace che vede la pubblicazione di “The Baby and the Satellite” e “Micah P. Hinson and the Opera Circuit”.
Dopo il tour di quest’ultimo album, però, seri problemi alla schiena lo riconducono pericolosamente all’uso di quegli antidolorifici di cui era caduto prigioniero nella sua prima disavventura. Costretto a letto, non sa reagire. Per chiunque altro sarebbe finita, ma, come un’ennesima benedizione, una lettera di John Congleton dei Paper Chase gli porge l’unico appiglio possibile per tornare in studio. Complice anche l’amore per Ashley, futura moglie, Micah recupera le forze e arrivano “The Red Empire Orchestra”, “All Dressed Up and Smelling of Strangers” e “The Pioners Saboteurs”.
Ad ogni benedizione sembra seguire un orrendo maleficio. Nel 2011 il furgone su cui viaggiava Micah alla volta di Barcellona finisce fuori strada e l’incidente lo lascia con entrambe le braccia completamente immobilizzate.  Ancora una volta la vita di Micah si rivela adatta a essere raccontata coi toni solenni e profetici di una parabola biblica. Ancora una volta si rimette in piedi, con qualche tremore in più, ed ecco “The Nothing” e l’ultimo “The Holy Strangers”.
Tutto ciò che l’ha colpito e poi graziato contribuisce a fare di lui una creatura quasi mitica. Ma cosa c’è di più reale e terreno di una vita travagliata che a ogni nuova svolta, proprio come i meandri di un grande fiume, presenta una difficoltà che richiede ancora una volta un nuovo te stesso?
Non ho parlato della musica di Micah in queste righe, piuttosto ho voluto risalire alla sua sorgente. La postura tremolante con cui si propone al pubblico dei suoi live è solo l’effetto di quanto la vita gli ha offerto e poi tolto. Le vere conseguenze sono nelle sue opere in cui esplode tutta la forza che manca talvolta al suo incedere. Sì, non è affatto giusto che per fare dell’ottima arte si debba soffrire così tanto. Ma vediamola in un altro modo, ostinatamente controcorrente: l’arte, quando soffri, è dalla tua parte.

 

Dal concerto di Micah P. Hinson del 12/11/2017 al Monk, Roma
di Anna Galluzzi

“All’inizio Micah ha molta voglia di parlare: fa lunghe pause tra una canzone e l’altra, racconta la storia dei testi delle sue canzoni, nonché aneddoti recenti e passati, ci parla della sua famiglia e di suo figlio, dell’incidente che ha avuto in Spagna che gli ha lasciato strascichi importanti a livello neurologico, e problemi di equilibrio e di mobilità. Nonostante un’ironia che fa sorridere il pubblico, dalle sue parole trasuda tutta la sofferenza della sua storia.

Poi man mano che il concerto va avanti la musica prende il sopravvento, Micah si fa sempre più concentrato sulla sua chitarra e più musicista a tuttotondo, capace di conquistare il pubblico con il suo modo particolarissimo di suonare la chitarra e la sua voce inconfondibile. Alla fine il pubblico gli chiederà di tornare sul palco per un breve bis che ritarderà un pochino il sonno di tutti ma ci regalerà un po’ della magia che, quando vuole Micah, è in grado di far esplodere intorno a sé.

Micah P. Hinson è un personaggio imprevedibile, difficile da categorizzare, le sue performance non sono mai standardizzate, ma variano al variare dei suoi umori e del suo stato d’animo. Ma questa in fondo è una caratteristica tipica dei grandi talenti”.

Qui il racconto completo di Anna Galluzzi .

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